METODO
Il metodo In.es deriva dalla sommatoria delle esperienze vissute negli anni di lavoro con gli studenti, classi dalle elementari alle superiori, e dalla formazione universitaria, professionale-artistica, in fase di conseguimento presso la Via di Conoscenza Sigmasofia.
Esso è in continua evoluzione, grazie all’integrazione delle nuove consapevolezze che i prossimi vissuti, sia didattici che formativi, dischiuderanno.
La
Via di Conoscenza Sigmasofia
www.sigmasophy.com
rappresenta un riferimento concreto di indagine delle varie componenti dell’essere umano, Io-soma-autopoiesi in azione, indagine che può partire dai vari settori di intervento, quali
Io-somatico, pedagogico-psicagogico, ecologico, artistico, marziale interiore, bios-etico, auto-rigenerativo-guaritivo, nuovo paradigma.
Prevedendo nella sua metodologia formativa il vissuto diretto, senza mediazione del linguaggio verbale, sia in palestra, con sedute Io-somatiche, che in natura, permette di esplorare la scaturigine di gesti, emozioni, sensazioni, senza giudicarli, ma con l’attitudine di andare alla scoperta dei principi attivi innati che li formano.
Applicando questa metodologia didattica, ho estrapolato alcuni punti cardine da cui prende forma la mia azione.
Entrare in empatonia-fusionalità con il bambino/ragazzo.
L’apprendimento coinvolge sia il piano cognitivo, che emozionale che istintuale, per cui tener conto di tutte queste tre componenti permette di calibrare l’azione, in base all’attitudine del bambino. Ognuno di essi ha tempi e modalità di apprendimento differenti, che si formano per la tipologia di esperienze vissute o ereditate: un metodo non può quindi essere efficace per tutti allo stesso modo; per questo nel materiale didattico creato immetto una varietà di stimoli, dalla conoscenza di autori che hanno dato un contributo al progresso, al riferimento con la realtà quotidiana di dove vengono applicati gli argomenti studiati, alla manipolazione dei materiali, ai giochi corporei.
Lo sviluppo dei principi attivi prima dell’applicativo didattico
Manipolazione di materiali, giochi corporei, giochi di costruzione, riferimenti a emozioni quotidiane cercano di sviluppare il principio attivo che servirà applicare nell’impegno didattico. Esempio concreto: per spiegare la differenza tra linea retta spezzata e linea curva si muove il corpo e le braccia prima con rigidità, poi con sinuosità, oppure si cammina nella stanza, seguendo in un caso un percorso dritto, dato dai riferimenti dei banchi o dalle fughe delle mattonelle, nell’altro muovendosi a slalom tra i corpi dei compagni, quando si fa lezione in una classe. È il partire da un concetto concreto per poi riportarlo astratto su un foglio di carta, ma il concetto integrato è più facile da scrivere, in quanto già compreso nel corpo fisico-emozionale.
Lo sviluppo dei principi attivi prima dell’applicativo didattico
Partire dall’esperienza concreta: l’apprendimento come progressione
Per quanto possibile cerco quindi di partire da un’esperienza concreta: è questa che fissa, attraverso un vissuto emozionale-istintivo, il ponte con il razionale didattico. Ed è pur vero che nello sviluppo cognitivo il cervello passa dal concreto all’astratto, non in modo sincrono per tutti gli esseri umani, non solo bambini. Partire da giochi e manipolazioni concrete rispetta il principio di gradualità dell’apprendimento, sia in una seduta individuale, che in un contesto di classe, dove inserisco la spiegazione stessa di questo passaggio, in modo da indurre nel gruppo non la competizione di “essere più bravo di”, ma l’attitudine a trovare la propria strategia di apprendimento, diversa per ognuno. Altresì alleno alla percezione che l’argomento in oggetto di studio non si esaurisca lì, ma che in un futuro sarà ripreso e approfondito.
La visualizzazione: più punti di vista ed estensione
Nella mia esperienza ho trovato la perdita di significato nel credere che un esercizio fosse fine a sé stesso, che una volta finito ci si trovi di fronte a un “caso chiuso”. L’allenamento alla visualizzazione che stiamo trattando un argomento inserito in un contesto più ampio, è funzionale quindi a rendere manifesta la progressione conoscitiva, a contestualizzare che si parla di una parte di un tema più esteso, a capire che prendere padronanza dell’esercizio è la base per un applicativo ulteriore, cercando di indurre la non perdita di significato, quindi la dimenticanza di ciò che si sta apprendendo.
Far vedere l’estensione porta altresì alla non confusione quando si passa a un livello classe successivo. Faccio un esempio concreto: l’insieme dei numeri. Il bambino alle elementari passa da un numero naturale a un decimale a un frazionario, ma non sempre riesce a contestualizzare o capire il perché del cambiamento. Dare una visione iniziale dell’insieme dei numeri serve sia a facilitare il passaggio a un argomento più approfondito, forte però della logica con cui si è già studiato il precedente, sia a mostrare che si stanno creando punti di riferimento con i quali affrontare gli esercizi futuri, in modo da non indurre la sensazione di smarrimento di fronte alla spiegazione di un argomento potenzialmente nuovo.
Il ruolo di me come insegnante
Se l’apprendimento coinvolge più piani, come detto, cognitivo, emozionale, istintivo, il cifrario che tengo presente è che esso non sia lineare, seppur progressivo: ha molte variabili, a volte consce, a volte inconsce. Il ruolo nel quale mi calo è dunque quello sia di facilitatore che di complicatore.
Mi pongo come facilitatore quando ci sono da creare le basi per affrontare un argomento, perché l’apprendimento non sia ansiogeno, a volte difficile sì, ma affrontabile, per questo l’attitudine a creare strumenti didattici personalizzati, personalizzabili, chiari, colorati, manipolabili.
Mi pongo come complicatore nel passaggio successivo, nel momento della formazione del pensiero critico, del ragionamento, della stimolazione del cosiddetto pensiero divergente, in modo che si riesca ad affrontare la stessa situazione da punti di vista diversi.
Propongo una didattica consapevole in quanto i riferimenti emozionali che inserisco durante la didattica, facendo notare che una difficoltà può essere data non tanto da un ostacolatore cognitivo, quanto emozionale e non giudicato, può far riportare il modo di affrontare una situazione “prettamente didattica” a una situazione di vita, in modo più consapevole, appunto, di come ci si sta muovendo, quale strategia o quale emozione si sta mettendo in gioco, con la chiara indicazione che “non siamo fatti così”, siamo in continua evoluzione, trasformazione.